Tehroun (Tehran)
Iran-Francia, 2009, HD, col. 95’
Regia: Nader T. Homayoun Sceneggiatura: Nader T. Homayoun, Jean-Philippe Gaud, Mehdi Boustani Fotografia: Rémi Mazet Montaggio: Jean-Philippe Gaud Musica: Christophe Julien, Stéphane Le Bellec Scenografia e costumi: Massa Azimi Suono: Massud Shahverdi, David Chaulier Interpreti: Ali Ebdali, Sara Bahrami, Farzin Mohades, Missagh Zareh, Shahrzad Kamal Zadeh, Rovina Sekhavat, Attila Pessiani, Pejman Bazeghi Produzione: Nader T. Homayoun & Jean-Philippe Gaud per Alias Films Sala Perla 2 Martedì 8 settembre, ore 14:00Proiezione stampa: lunedì 7 settembre, ore 20:00 Replica: mercoledì 9 settembre, ore 09:00
Ibrahim gira per le strade di Tehran chiedendo l’elemosina, in braccio ha un neonato. Racconta di essere vedovo, ma scopriamo in realtà che è in attesa che la moglie incinta lo raggiunga; intanto divide una stanza con due amici, Fatah e Madjid. Rimasti vittime di un raggiro i tre uomini cercheranno di risolvere la questione mettendosi sulle tracce della ladra e cercando nello stesso tempo di procurarsi i soldi per pagare un debito imponente, entrando così sempre più in contatto con loschi giri in un crescendo di situazioni e con un epilogo imprevisto.
Tre uomini e un neonato a Tehran, o meglio a Tehroun come viene pronunciato il nome della capitale iraniana nello slang di chi vive nei quartieri più popolari. Non è una commedia ma un drammatico e intenso film di grosso impatto per i temi trattati. Ibrahim il volenteroso, Fatah il saggio e Madjid l’ingenuo non hanno nemmeno una culla, ma dividono uno stanzone al pian terreno dai muri scrostati, con i materassi allineati sul pavimento su cui sono ammonticchiate coperte variopinte e un fornellino da campo. Il lunario lo sbarcano come possono. Il bimbetto Ibrahim lo ha affittato per guadagnare meglio con le elemosine. Fatah guida un taxi. Madjid è il più giovane e scanzonato. Nella capitale del Paese degli ayatollah la vita scorre veloce. Non si odono Muezzin. I muri bianchi e i cancelli scuri proteggono appartamenti e ville residenziali, le strade piene di buche e di pozze attraversano mercati e abitazioni fatiscenti. Le attività e i comportamenti delle persone che Nader T. Homayoun mostra nel suo lungometraggio di esordio sono molto lontani dall’immagine della società restituita dai media. Non vi è cenno a movimenti politici o a forme di opposizione, piuttosto emerge un profondo malessere che alimenta e si alimenta nella corruzione e nel crimine, con tanto di rapine, ricettazione, droga, prostituzione, tratta e sfruttamento dei minori. Neanche le moschee con i loro oculati prestiti a garanzia sembrano uscirne bene in questo film asciutto, dalla trama incalzante e dai personaggi molto ben delineati, stilisticamente ammiccante al neorealismo ma privo di compiacimenti formali, capace di rendere con sguardo originale un mondo pervaso di conflitti sociali. Nulla a che vedere con i lenti piani sequenza simbolicamente espressivi ed esteticamente raffinati dei maestri del cinema iraniano. Un film scioccante, espressione di una delle nuove tendenze del giovane cinema di quell’area. Nader T. Homayoun, nato a Parigi nel 1968, scopre l’Iran per la prima volta negli anni della rivoluzione islamica. Nel 1993, superato il concorso per entrare al dipartimento di regia dalla FEMIS di Parigi, decide di stabilirsi in Francia. Già selezionato a Venezia con il suo cortometraggio C’est pour bientôt (2000), nel 2005 ha realizzato il documentario Iran, une révolution cinématographique, storia dell’Iran attraverso il suo cinema, presentato in diversi festival internazionali.
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